La Rocca di Bernacco, la fortezza distrutta dalle Formiche.

La Rocca di Bernacco – Leggende Bresciane

Secoli fa, la cima aguzza del Monte di Bernacco, che domina le convalli tra Odolo e Vallio, era coronata da una doviziosa rocca nella quale regnava spavaldo il feudatario Ertulliano.

Inaccessibile e minacciosa, la Rocca di Bernacco dimora del tiranno sovrastava la Valle del Vrenda ed incuteva terrore ai miseri abitanti.

I servi della gleba, delle sparse contrade, atterriti ed impotenti, avevano soprannominato la rocca «il nido dello sparviero».

Infinite storie di ribalderie, di ruberie, di sopraffazioni, di violenze correvano di valle in valle nella verde conca di Vallio Terme.

I vitelli più grassi, le pecore ed i montoni più opulenti, le primizie della terra ed i frutti degli orti, erano dovuti al tiranno che li pretendeva mandando i suoi sgherri a scorrere le contrade per costringere a suon di frustate anche i più riluttanti a piegarsi al suo volere.

Ertulliano era sordo ai lamenti e alle grida dei malcapitati toccati dalla ferocia degli aguzzini.

Inutilmente gli sventurati sudditi cercavano scampo nelle misere case, non appena udivano il latrare dei mastini dare inizio alla caccia all’uomo. Come un uragano, Ertulliano piombava sulle stremate contrade e pretendeva per sé le cose più infamanti.

Chi rifiutava di consegnare le figlie o si opponeva alle richieste avanzate con arroganza e prepotenza, finiva i suoi giorni nell’abisso di pietra che si spalancava nelle vicinanze dell’orrendo maniero.

II «baratro degli avvoltoi» – così è tramandato dalla leggenda – terrorizzava letteralmente i montanari: non passava notte che non si udissero urla angosciate. Il baratro non restituiva mai le sue vittime.

Nel silenzio greve della notte i valligiani potevano udire soltanto i gridi striduli dei rapaci e la risata satanica del tiranno.

Si narra che la stessa fine, in pasto agli avvoltoi, facessero anche gli ospiti più facoltosi: Ertulliano li invitava alla rocca, li ubriacava e poi li spogliava dei beni, liberandosi della loro presenza in quel modo crudele e feroce.

La sua guardia del corpo era costituita dalla feccia dei feudi viciniori: gente di malaffare, avanzi di galera, perseguitati dalla legge, la peggior canaglia del tempo.

La Rocca di Bernacco non conosceva sorrisi di sposa, canti di bimbi, gioiose atmosfere domestiche, serene giornate di onesta operosità. Da quell’oscuro maniero venivano soltanto scomposte urla di avvinazzati, alterchi, canti sguaiati, concitati vociari.

La triste fama che gravava su la Rocca di Bernacco consigliava pellegrini e trovatori ad evitare la trappola nefasta di Ertulliano, preferendo le più ospitali dimore del Garda o della valle Sabbia.

Sempre più evitata e maledetta, la rocca conobbe il deserto e la desolazione. Ertulliano si rodeva e sfogava la sua collera sugli inermi sudditi, obbligandoli ad ossequiarlo ginocchioni, a curvare la schiena e la fronte davanti ai suoi soprusi, a privarsi d’ogni bene per saziare la sua avidità.

Al colmo della sopportazione, vista l’impossibilità di trovare scampo con la fuga davanti a tanto orrore, i valligiani decisero di invocare il soccorso celeste, facendo solenne promessa di elevare un santuario alla Madonna del Manghér, sugli spalti della località detta della Corona, posta ai piedi del Colle di Sant’Eusebio.

L’incubo del tiranno era durato anche troppo. Non si sa come – ma la leggenda è sicura di ciò che tramanda – uno stuolo interminabile di grosse formiche rosse invase la rocca.

Un flagello implacabile e inarrestabile che faceva impazzire Ertulliano, impotente, con tutti i suoi accoliti, davanti ad un inspiegabile e indomabile fenomeno.

Formiche dappertutto: nelle dispense, nei pozzi, nei magazzini, nelle sale e nelle camere di abitazione, nei corpi di guardia, nei cortili, dovunque.

Furono usati tutti i mezzi per levarsele di torno: zolfo, fumo, acqua, fuoco, sabbia… Inutilmente. Sembrava che uscissero a stuoli compatti dalle viscere della terra.

Un bel giorno parve che l’invasione misteriosa stesse per quietarsi e scomparire. Ertulliano, fuori di sé per la gioia, imbandì un festino a cui invitò i suoi pari delle Pertiche, dei Savalli, delle Mezzane e dei paesi vicini.

Presto la festa si trasformò in orgia: corsero vivande e vini a crepapancia e i convitati, aizzati dal feroce Ertulliano, si lasciarono andare a progetti ed a promesse di raffinate crudeltà ai danni dei valligiani.

Durante la notte però si addensò sulla valle e sulla cima un’immane nuvolaglia che oscurò la rocca; lampi accecanti balenarono con frequenza, seguiti da boati di tuono che la scuotevano dalle fondamenta.

La notte, nera come la pece, avvolse il maniero e impedì ai festanti, che gozzovigliavano a spese del popolino, di rendersi conto di ciò che stava avvenendo.

Il vento prese a soffiare con forza inaudita. Scrosci di pioggia incessante si alternavano alle raffiche, che facevano tremare le pareti. All’improvviso, si udì un boato spaventoso.

Un sussulto di terremoto svegliò tutti gli abitanti della valle che uscirono dalle loro povere case, in tempo per vedere che la Rocca di Bernacco stava franando su se stessa, sbriciolandosi in mille rivoli di maceria e precipitando con fragore nella gola profonda del «baratro degli avvoltoi».

Seguì un silenzio totale. L’uragano si quietò e quando apparve l’alba, nel grigiore livido del cielo, la cima aguzza di Bernacco svettava tra le nuvole, nuda come il cono d’una figura geometrica.

I superstiti residui calcinati, erosi dalle intemperie, stanno lassù, ancor oggi, a testimoniare dell’evento leggendario.

La Rocca di Bernacco

La Rocca di Bernacco
Tratto da ” Trenta Leggende Bresciane ” di Lino Monchieri

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